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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/202


capitolo quarto. 175

più vili, le più celesti e le più bestiali che possa immaginare fantasia di romanziero. Ma il difficile sarebbe che cotali scritture obbedissero al primo impulso della sincerità; poichè molti entrano nell’amore con un buon sistema preconcetto in capo, e vogliono secondo esso, non secondo la forza dei sentimenti, spiegare le proprie azioni. Da ciò deriva l’abuso di quella terribile parola sempre, che si fa con tanta leggerezza nei colloquii e nelle promesse amorose.

Moltissimi credono e a buon diritto che l’amore eterno e fedele sia il migliore, e perciò solo s’appigliano a quello. Ma per radicarsi stabilmente nel petto un gran sentimento, non basta saperlo e crederlo ottimo, bisogna sentirsene capaci. I più, se ponessero mente in ciò, non porgerebbero nei fatti loro tante buone ragioni di calunniare la saldezza e veracità degli umani propositi. Gli è come se io scrittorello di ciancie pensassi: — Ecco che il sommo vertice dell’umana sapienza è la filosofia metafisica; io dunque sono filosofo come Platone, e metafisico al pari di Kant. — In vero bel ragionamento e proprio da schiaffi! — Ma l’arroganza che non si permetterebbe ad alcuno negli ordini intellettuali, la permettiamo poi molto facilmente a noi medesimi nella stima dei sentimenti nostri; benchè la paia ancor meno ragionevole, poichè il sentimento più che l’intelletto sfugge al predominio della volontà. Nessuno oserebbe uguagliarsi a Dante nell’altezza della mente; tutti nell’altezza dell’amore. Ma l’amore di Dante fu anche più raro che il suo genio; e pazzi sono gli uomini a stimarlo facile a tutti. La grandezza vera dell’anima non è più comune della grandezza vera dell’ingegno; e per sentire e nutrire l’amore nell’essere suo più sublime, bisogna staccarsi dalla fralezza umana più che non se ne stacchi la mente d’un poeta nelle sue più alte immaginazioni. Cessate, cessate una volta, o pigmei, dall’uguagliarvi ai giganti, e applicate l’animo alla favola della rana e del bue!