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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/140


capitolo terzo. 113

conforto a vicenda con gesti di coraggio, o si prendeva consiglio sottovoce con occhio prudente, e col respiro sommesso ed affannoso. Veniva deciso di tentar la prova; e giù allora a rompicollo per rovaje e pozzanghere saltando e gridando come due indemoniati. Gli ostacoli non erano insuperabili, ma non di rado le vesti della fanciulla ne riportavano qualche guasto, o la si bagnava i piedi guazzando nell’acqua colle scarpettine di prunello. Quanto a me la mia giacchetta era antica confidente degli spini; e avrei potuto star nell’acqua cent’anni come il rovere, prima che l’umido trapassasse la scorza callosa delle mie piante. Mi dava dunque a consolare, a racconciare ed asciugar lei, che prendeva un po’ il broncio per quelle disgrazie; e perchè non la si mettesse a piangere o a graffiarmi, la faceva ridere prendendola in ispalla, e saltando del pari con quella soma addosso fossatelli e rigagnoli. Era robusto come un torello, e il contento che provava di sentirmela abbandonata sul collo colla faccia e colle mani per ridere con maggior espansione, mi avrebbe dato lena a giunger con quel carico se non al Catajo o a Samarcanda, certo piú in là di Fossalta. Perdendo a quel modo le prime ore del dopo pranzo, si cominciò ad allargarsi fuori dalle vicinanze del castello, e a prender pratica delle strade, dei sentieri e dei luoghi piú discosti. Le praterie vallive dove s’erano aggirati i primi viaggi, declinavano a ponente verso una bella corrente di acqua che serpeggiava nella pianura qua e là, sotto grandi ombre di pioppi, d’ontani e di salici, come una forosetta che abbia tempo da perdere, o poca voglia di lavorare. Là sotto si sentiva sempre un perpetuo cinguettio d’augelletti; l’erba vi germinava fitta ed altissima, come il tappeto nel più segreto gabinetto d’una signora. Vi si avvolgevano fronzuti andirivieni di macchie spinose e d’arbusti profumati, e parevano preparare i più opachi ricoveri e i sedili piú morbidi ai trastulli dell’inno-


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