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22 Capitolo terzo.

CAPITOLO III.


Il “mestvire„.


Il vecchio beg, vedendo entrare il nipote che colla sua esilità e coi suoi lineamenti angolosi faceva una meschina figura dinanzi a suo cugino Hossein, che era la forza e la bellezza personificata, si alzò chiedendogli con una certa ansietà:

— Rechi forse qualche brutta nuova, Abei?

— No, padre, — rispose il giovane, cercando di sfuggire lo sguardo indagatore del vecchio. — La carovana che porta i regali di nozze di mio cugino, non corre alcun pericolo, quantunque sia stata segnalata, da qualche giorno, verso il settentrione, una grossa banda di Aquile della steppa.

— Perchè hai lasciati soli i nostri uomini? — chiese il beg severamente.

— Per passare insieme a mio cugino la sua ultima notte di libertà. Domani egli sarà unito per sempre colla fanciulla che ama, colla bella Talmà, ed io non potrò più godere della sua gradita compagnia.

D’altronde i nostri uomini sono abbastanza numerosi per tener lontane le Aquile. —

Quelle parole erano state pronunciate con una simulazione così sottile, da sfuggire agli orecchi del beg e anche a quelli d’Hossein.

— Il tuo cavallo è pronto per la gran corsa? Io voglio che tu mostri ai Sarti come sono famosi i cavalieri delle steppe del Caspio.

— Sono sette giorni che non gli dò che fieno ben secco, — rispose Abei Dullah. — Correrà come il vento, come le trombe di sabbia del deserto turanico.

Tabriz, portami un narghilè e del kumis. Voglio tenere compagnia a mio cugino. —

Mentre il gigantesco turcomanno, che aveva legato il cavallo ad un piuolo piantato presso la tenda, dove se ne trovavano altri tre di forme splendide, recava un gran vaso contenente del latte di cammello fermentato e una pipa di cristallo ripiena per metà d’acqua, terminante in un cilindro concavo ripieno di quel for-