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GIOSUE CARDUCCI

Bonagiunta lucchese scriveva al Guinicelli: «E voi passate ogni uom di sottiglianza: E non si trova alcun che bene ispogna, Tant’è iscura vostra parlatura. Ed è tenuta gran dissimiglianza. Ancor che il senno vegna da Bologna, Traier canzon per forza di scrittura1». E qualche cosa di quella oscura loquacità s’apprese allo stile di messer Cino. Il quale tuttavia, per i tempi e pel modo in che più generalmente poetò, appartiene alla bella e pura scuola toscana che seguì, con notevole coincidenza storica, il gran movimento popolare del 1282: ed egli è quasi anello fra la bolognese ed essa, come amico di messer Onesto e dell’Alighieri e scrivente rime ad ambidue e ricambiatone. Poi la bella scuola, che fu di parte bianca, dispersa in diversi esigli dalla rivoluzione del 1301 e dalla guerra civile conseguitane, si trasformò di municipale in italiana. Della quale trasformazione, onde è massimo documento la Commedia, sottilmente ricercando potremmo rinvenir traccie anche nelle rime più mature del nostro. Ed egli, lodatore di Dante e lodatone, poi lamentato in morte dal Petrarca e imitato, egli autore d’una canzone argutamente affettuosa su gli effetti provenienti dagli sguardi della sua donna, segna pure il passaggio dall’ontologismo, per così dire, sublimemente lirico del Cavalcanti e dell’Alighieri al psicologismo squisitamente elegiaco del Petrarca. Ciò non ostante, messer Cino come poeta vuolsi dirittamente allogare fra il Cavalcanti e l’Alighieri, benchè un poco più sotto. Avverto qui che mettendo l’Alighieri a confronto con i poeti coetanei, intendo sempre dell’autor delle rime. Non se la disse col Cavalcanti, uno de’ migliori loici che avesse il mondo, come parve al Boccaccio, ed ottimo filosofo naturale2, se non che, secondo G. Villani3, era troppo tenero e stizzoso; col Cavalcanti che osava scrivere a Dante «Or non m’ardisco per la vil tua vita Far dimostranza

  1. Bonagiunta Urbiciani: Rime, in Poeti del primo secolo (Firenze. 1816), I, 512.
  2. Boccaccio: Decamerone, giornata VI, nov. IX.
  3. G. Villani: Cronica, VI, 41.

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