Pagina:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu/121


RIME

Talor la donna mia,
E la figura sua ch’io dentro porto
Surge sì forte ch’io divengo morto:
Ond’io lo stato mio dir non potrìa,
Lasso!; ch’io non vorrìa5
Già mai trovar chi mi desse conforto,
Fin ch’io sarò dal suo bel viso scorto.
     Tu non sei bella ma tu sei pietosa,
Canzon mia nova; e cotal te n’andrai
Là dove tu sarai10
Per avventura da madonna udita:
Parlerai riverente e sbigottita
Pria salutando, e poi sì le dirai;
Com’io non spero mai
Di più vederla anzi la mia finita,15
Perch’io non credo aver sì lunga vita.

(Corretta su l’edizion giuntina, ove è attribuita ad incerto autore, e su la lezione datane dal Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante, ed. cit.)



LXXXIX


     Mille volte ne chiamo il dì mercede,
Dolce mia donna, chè dovunque sia
La mente mia desïosa vi vede;
Et il mio cor da ciò non si desvìa,
Ch’è sì pien tutto d’amor e di fede5
Per voi, ch’ogn’altra novitate oblìa,
In vostra signorìa sì son distretto,
Che morte e vita aspetto
Di me, qual più vi piace,
Pur ch’abbia in su ’l finir la vostra pace,10
E certo sì verace amor mi stringe,
Che già ’l cuor non s’infinge
D’amare ad un rispetto;
Ma tanto ho più d’angoscia e men diletto.


— 115 —