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libro terzo 143

l’ora del tramonto. Ma intanto, da tutte parti intorno allo stagno, stavano nel terreno molte innumerevoli tane di lepri, le quali tutte restaron guaste e rotte dagli elefanti che andavano errando qua e là, e molte ne rimasero con rotte le gambe o la testa o il collo; alcune anche furono morte, altre restarono con un fil di vita. Ma poi, andata via la schiera degli elefanti, tutte le lepri, radunatesi con gran turbamento d’animo (altre avevano avuto atterrata la casa dai piedi degli elefanti; altre avevano le gambe spezzate; altre, peste del corpo, erano tutte sanguinose; altre, avendo avuto i piccini uccisi, avevano gli occhi pieni di lagrime), incominciarono a consigliarsi scambievolmente. Oh! noi perdute! dicevano. Quella schiera d’elefanti ritornerà sempre qui, poichè altrove non c’è acqua, e sarà questo lo sterminio di tutte noi! Perchè è stato detto:


Sol che ti tocchi, un lionfante t’ammazza;
Sol che ti fiuti, un serpente ti uccide;

Sol che sorrida, un principe t’ammazza;
Sol che ti onori, un birbaccion ti uccide.


Però si pensi ora a qualche maniera di difesa. — A questo punto, una di esse disse: Abbandonando questo paese, vadasi altrove. Perchè è stato detto:


Per la famiglia
Una persona
Lasciar si può;
Per un villaggio,
Una famiglia;
Per una gente,
Tutto un villaggio;


Ma, per sè stesso,
Al suol natìo
Dicasi addio.
Terra tranquilla, di messi datrice,
D’armenti e di bestiami accrescitrice,

Sempre, dimenticando ogn’altro affare.
Per sua salute il re debbe lasciare. —


Ma alcune altre dissero: Oh! non si può abbandonar d’un tratto questo luogo che fu già dei nostri antenati! Però si trovi modo di spaventar gli elefanti perchè, almeno, per voler del destino, qui non tornino mai più. Perchè è stato detto:


Anche dal serpe che non ha veleno,
Una gran cresta si dee sollevare;

Abbia tosco o non abbia, non può a meno
Della cresta l’ardir di spaventare.


Ma alcune altre risposero: Se così è, dipende da un messaggero avveduto la condizione d’incuter loro così grande spavento che non tornino mai più, e il modo di spaventarli sta in ciò che il lepre che è nostro re, di nome Vigiayadatta, abita nel disco della luna1. Si mandi pertanto alcun finto messaggero presso il signore della schiera degli elefanti e da lui gli si dica così: «La luna ti proibisce di venire a questo stagno, perchè appunto intorno a questo stagno stanno ad abitare i suoi sudditi». Come ciò gli sia detto, egli desisterà dal venire, persuaso da tali parole degne di fede. — Altre allora dissero: Se così è, ecco ch’è qui una lepre di nome Lambacarna. Essa è abile nell’ordir discorsi e conosce ciò che

  1. Gl’Indiani nelle macchie della luna vedono rimmagine d’una lepre.