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112 novelle indiane di visnusarma

Udendo cotesto, io pensai fra me: Ciò che dice questo mio nemico, è pur vero! Io non posso più saltar tant’alto quanto un dito. Oh! misera vita di un uomo che non ha denari! Perchè è stato detto:


D’uom di povero intelletto
E di spiccioli mancante
Restan l’opre senza effetto
Come ai tempi della state
Le correnti disseccate.
Come l’orzo dei corvi1 e come i grani
Di sesamo selvaggi han sol di grani

E d’orzo il nome e non hanno valore,
Così è l’uom che deserto è di ricchezza.

Non splendon le virtù dell’uomo onesto
Quando povero sia, ma sempre suole

I pregi e le virtù di quello e questo
Ricchezza illuminar sì come il sole.

Chi fin dal nascere
Povero fu,
Tanto non sente
Dolor quaggiù,
Quanto chi povero
Ridiventò
Ricchezza ingente
Poi che acquistò
E il tempo in quella
Lieto passò.
Frutto d’albero tutto inaridito,
Dai vermini scavato, arso dal fuoco

In ogni parte, nato in steril loco,
All’opra d’un meschin va preferito.

È disprezzata,
È berteggiata
Sempre e dovunque
La povertà.
Anche s’è accorso
Un poverello
A dar soccorso,
Conto sen fa
Quanto d’un cane
In verità.
Le voglie dei poveri
Si levan, si levano,
Ma ratto comprimonsi
Del core nell’intimo
Sì come alle vedove
Le poppe si scemano.
Quei ch’è cinto dalle tenebre
Della trista povertà,
Anche quando il giorno è limpido,
Anche quando innanzi ei sta,
S’anche alcun vi mette cura,
Non si vede e non si cura. —


Dopo che io, affranto delle forze, ebbi così borbottato fra me, vedendo il mio tesoro adoperato ad uso di guanciale, all’ora dello spuntar del giorno ritornai alla mia tana. Allora, i miei servitori, mentre andavan qua e là, si dicevano l’un l’altro a voce bassa: Oh! costui non è più capace di riempirci il ventre! Anzi, a chi gli va dietro, toccherà la disgrazia d’incontrarsi in un gatto o in qualche altro malanno. A che dunque prestargli ossequio? Perchè è stato detto:


Vuolsi quel prence da lungi schifare
Onninamente dagli addetti suoi

Dal qual niun frutto è lecito sperare,
Ma sì quanti più mali e danni vuoi. —


Mentre io udiva per via queste loro parole, entrato nella mia tana, intanto che nessuno m’era venuto incontro, andava pensando fra me: Accidenti all’esser povero! Ora, giustamente si suol dire:


È morto l’uom che spiccioli non ha,
Morto il connubio che prole non dà,

E quel convito funerale è morto


Dove un prete ufficiarne non fu scorto;
Quel sacrifizio è morto ove non sia
Innanzi addotta la vittima pia.

  1. Così intende anche il Benfey. Pare si tratti d’un’erba di nessun valore.