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LIBRO DECIMOQUARTO 3

[An.del’E.V. 353]trò per una porta segreta nel palazzo, e donando un prezioso monile alla Regina, impetrò da lei, che inviando ad Onorato (conte allora dell’Oriente) una sentenza di morte, l’innocente Clemazio, senza essergli pur conceduto aprir bocca, fosse subitamente ucciso. Dopo questa empietà, della quale ciascuno già cominciava a temere per sè, come se fosse sciolto il freno alla crudeltà, molti solo per una nebbia di sospetto giudicati colpevoli, si condannavano come rei: e parte erano uccisi, parte privati de’ beni e mandati in esilio; i quali, non essendo avanzato loro altro che le lagrime ed i lamenti, sostentavano limosinando la vita: E così, essendosi il giusto e civile imperio cambiato in una sanguinosa tirannia, molte ricche ed illustri case venivan serrate. Nè in tanta moltitudine di miserie cercavasi almeno un qualche falso accusatore, per commettere le iniquità sotto l’apparenza delle forme legali, siccome fecero molte volte alcuni principi iniqui; ma tutto quello che piaceva all’implacabile crudeltà di Cesare, subito era messo in esecuzione, come se fosse riconosciuto conforme alla giustizia e alla legge. Si pensò inoltre di mandare per tutti gli angoli d’Antiochia, certi uomini sconosciuti, e tali che per la loro stessa viltà nessuno se ne guardasse, affinchè raccogliessero e riferissero tutto quello che si diceva dai cittadini. Costoro frammettendosi come passeggeri e noncuranti nei circoli dei nobili, ed entrando nelle case de’ ricchi in abito di poveri, riferivano tutto quel che potevano o sentire o conoscere alla Corte, nella quale entravano ascosamente, e per segreti aditi; e in questo sempre accordavansi, di fingere molte cose, e quello che avevano udito far peggiore e più grave, celando le lodi di Cesare, le quali erano dette da molti pur contro