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nei primi secoli del comune 9

l’antica madrefamiglia, sulla cui tomba il massimo della lode è che fu da casa e filò la lana (domum servavit, lanam fecit). Questa parte delle tradizioni latine era affidata a lei, che la mantenesse, incontaminata dalle orgie e dalle ebbrezze imperiali, poi fra le vendette sanguinose della barbarie, nella silenziosa desolazione successa all’immensa caduta, infine nei mescolamenti delle razze sopravvenute addosso al volgo innominato e disperso, ma conservatore tenace, finche gli rimane una famiglia, e della famiglia, vigile e sospettosa e, occorrendo, fiera custoditrice la donna. La donna del secolo XII, adunque, piuttosto che da quello al successivo invecchiata, può dirsi aver finito la parte sua, e andar cedendo alle condizioni, che intorno a lei si atteggiano così diversamente, di vita politica, di costumanze, di pensieri e propositi. Nella civiltà nuova — della quale è resultato e compendio, istituzione lentamente elaborata, il Comune — troppi elementi, fin allora latenti più o meno e costretti, si svolgono alle aure di libertà, cosicché anche la vita domestica, e le relazioni di questa con la civile, possano sfuggire ad una mutazione. Nè fa maraviglia che tale mutazione non piaccia a Cacciaguida. Egli si ricorda de’ bei tempi, quando, lui giovinetto, vivevano ancora i cittadini della «picciola Firenze divisa per quartieri, cioè per quattro porte», delle quali Porta del Duomo era stato, dice la cronica, il primo ovile e stazzo della rifatta Firenz» (rifatta, nessun Fiorentino ne dubitava, da Carlo Magno imperatore e dai Romani), e dove tutti i nobili cittadini di Firenze la domenica facieno riparo e usanza di cittadananza intorno al duomo, cioè al San Giovanni, e ivi si faceano tutti i matrimoni e paci, e ogni grandezza e solennità di Comune»12. Cacciaguida ha vissuto di questo Comune l’età, com’a dire, inconscia e imperfetta.