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TERZO 53


LXXI.


E ’l giorno che seguì, posto in cammino
     Per la diritta via di Gallicano,
     Tra le coste passò dell’Appennino,
     564E discese al Padul giù dal Frignano.
     Era con lui Vetidio Carandino
     Colla bandiera di Camporeggiano,
     Dov’egli avea dipinta una civetta
     568Che portava nel becco una scopetta.

LXXII.


Quella di Castelnovo ha d’amaranto
     E di neve il color dipinto a scacchi;
     E va per retroguardia indietro alquanto,
     572Sotto la guida di Simon Bertacchi.
     Quivi l’arredo regio è tutto quanto;
     Quivi veniano i servitori stracchi,
     E quei che ’l vin di Lucca avea arrestati,
     576Per some in sulle some addormentati.

LXXIII.


Ma le due di Soraggio e di Sillano,
     Da Otton Campora l’una era guidata,
     L’altra da Iaconía di Ponzio Urbano,
     580Che porta una fascina incoronata.
     La stella mattutina il Camporano
     Con una cuffia rossa ha figurata.
     E queste quattro avean sei volte mille
     584Fanti raccolti da sessanta ville.

LXXIV.


Ma trecento cavalli avea la quinta
     Guidata da Pandolfo Bellicino;
     Ove in campo dorato era dipinta
     588La figura gentil d’un babbuino.
     I cavalieri avean la spada cinta,
     Attaccato all’arcione un balestrino,
     Lo scudo in braccio, e in mano una zagaglia;
     592E gíano a destra man della battaglia,