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* xliv. *

Ne l’ingiusto cimento al suol distese.
920Perduti i suoi compagni il Re nel mezzo
Del campo si rimane inerme e solo;
Come ne l’alto Ciel, quando gli ardenti
Astri scacciò con le rosate bighe
Da le maremme Eoe poc’anzi uscita
925La rugiadosa Aurora, il tuo bel raggio
Splende, o Ciprigna ancor; poi de l’Olimpo
Da i cerulei sentieri ultimo parte.
Nessuna a lui più di salute e vita
Speme riman; però non cede ancora,
930Nè per vinto s’arrende, e spera in mezzo
Al nemico drappel ricovro e scampo,
Passando illeso in fra le spade e l’aste,
Fin che spazio non resti, o sede alcuna,
Ove senza periglio il piè riponga.
935Poi che se niuno a lui minacci morte,
Nè più sedile alcun rimanga, dove
Impunemente ei riparar si possa,
Vane sarian tant’opre, e vani tutti
I passati perigli, e tutte sparse
940Tante fatiche e tante forze al vento;
E niun di Vincitore il nome illustre
Riporterebbe, e i trionfali onori.
Di quà dunque e di là per lo deserto