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Solo quattro anni: ma il custode pareva invecchiato di dieci o dodici anni. Era triste, cupo: sembrava un eremita decrepito, invaso da crudeli rimorsi.

Inoltre i tempi si rendevano cattivi; la gente passava dritta davanti alla chiesa segnandosi, senza entrare neppure nel primo cortile: l’obolo veniva meno.

Quell’anno zio Juanne aspettava con certa ansia la festa. La primavera moriva in uno splendore di messi, d’erba fiorita, di cielo ardente.

Dal suo portone il vecchio vedeva distese di papaveri che ardevano come brage, e più in là, verso l’orizzonte, praterie interamente coperte di fiori violetti.

Niente animava quella splendida solitudine; solo di notte, sotto le lucide stelle, al soffio caldo di selvaggie fragranze, giungeva un lontano tintinnar di greggie, lento, tranquillo, melanconico.

Ma al giunger della notte, zio Juanne si faceva ancor più triste e cupo: girava tremando per i cortili, spesso si gettava per terra, pregando, temendo che un giorno o l’altro lo trovassero lì morto, mezzo divorato dai corvi.

Verso la metà di maggio, venne il priore, un