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la sua voce rauca — mi senta bene. In poche parole. Io ritorno di reclusione, dove ho attraversato tanta fame e tanti patimenti che ho preso una malattia. Sono un uomo perduto. Antonio Dalvy poteva e doveva salvarmi, e non l’ha fatto, non ha avuto carità. Poi, al ritorno invece di riprendermi al suo servizio, mi ha cacciato come un cane rognoso. Va via, fuori di qui — disse poi agitando le mani come per scacciare una bestia.

— Va avanti.

— Beh, caccialo via il cane, Antonio Dalvy. Ma il cane ti morderà.

— Ma infine! — esclamò Giame, alzandosi. — Cosa hai tu da dire a mio padre? Se non la finisci me ne vado, o animale!

— Sì, sì, animale. La prego, piccolo dottore, sieda. Ancora poche parole che devo dire a questo vecchietto qui. Lei ascolti.

— A me? — disse zio Juanne.

— A te. Ti ricordi, vecchia martora, quattro anni fa io e Ghisparru, e il padrone Antonio Dalvy, siamo passati qui e abbiamo comprato da te una giumenta. È vero, sì o no?

— Verissimo.

— Bene, quando abbiamo comprata la giumenta, Antonio Dalvy ti pagò in biglietti nuovi. E tu dicesti: come sono belli questi