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Giame osservò ogni cosa, girò in punta di piedi intorno al tappeto giallo, poi si mise a decifrar le lapidi. La luce rosea del vespro moriva sulla volta della chiesetta; qualche rondine passava ancora, con languidi gridi.

Giame cercava sulle lapidi la leggenda della dama ossessa che correva a cavallo, di notte, attraverso quella pianura selvaggia, al cader d’una remota primavera; ma ben presto provò una viva contrarietà, trovando in una lapide che i fondatori erano stati sette. Fra questi c’era l’illustrissima donna Raffaella Perella De-Castra, ma nulla di corse notturne a cavallo, e niente demoni, e nessun viaggio a Roma.

— Forse ci sono altri documenti, però — pensò Giame.

E si volse. Vide sua madre e Ghisparru inginocchiati sul tappeto giallo, col quale la fastosa gonnella di donna Lillica formava una stessa macchia dorata: ma l’attenzione di Giame fu tutta attratta dall’atteggiamento del servo, che pregava con intenso fervore.

— Cosa pregherà egli? — pensò.

E stette a guardarlo attentamente. Dalle finestre penetrava con la brezza un fresco odor d’erba, e dai cortili giungeva sempre la cadenza delle selvagge cantilene·