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appendice | 333 |
grande festa sí lo cominciò a leccare, e faceagli lo maggior
onore del mondo; e per male ch’egli le facesse, giá ella non
si voleva da lui partire. E lo re, mirando a quello che la cucciolina faceva, si maraviglia; e per lo molto riguardare che
lo re faceva, sí gli venne raffigurato suo nipote Tristano, e
piú lo raffigurò a uno segno, il quale egli aveva nel suo braccio manco. E in quel punto, lo re cominciò a fare lo maggiore pianto del mondo, dicendo: «Ahi sire Iddio! ahi lasso
a me! Quanto sono stato disavventurato, da poi che una cucciolina ha piú tosto riconosciuto suo signore per signore, che
io non lo ho riconosciuto per mio nipote, sí com’egli è». E
allora si lieva uno mantello dal collo, e sí ne ammanta messer
Tristano, dicendo: «Ahi sire Iddio, a che se’ tu venuto, nipote
mio!». E quando gli baroni si raffigurarono Tristano, cominciarono a fare lo maggiore pianto del mondo e a menare grande
dolore, e teneasi beato chi lo poteva toccare e fargli bene.
(Capp. LXX e LXXI).
11. — Varie avventure di Tristano.
E cavalcando Tristano in tale maniera, piagnendo e lamentandosi, per lo grande dolore non si sentiva. E allora si riscontra in due cavalieri erranti: l’uno era messer Chienso, lo siniscalco, e l’altro messer Dodinello, lo Selvaggio; e allora messer Chienso appella Tristano alla giostra, e T. per lo grande dolore non si sentia e nollo intendea. Allora Chienso lo trae a ferire, e ferillo sopra lo scudo per tale forza, ch’egli lo mandò a terra con tutto lo cavallo. E di ciò Tristano ebbe grande dolore, dicendo: «Per mia fé, sire Chienso, ch’egli è la vostra grande villania, avendomi voi ferito in tale maniera». Messer Chienso, riconoscendo messer Tristano allo parlare, fu lo piú tristo cavaliere del mondo; e piagnendo se ne va ginocchione dinanzi a Tristano, sí gli domanda perdonanza. E Tristano che non curava a quel punto di cosa che gl’intervenisse, sí gli perdona; e priegalo che, s’egli iscontra Lancialotto, che gli dica da sua parte ch’egli non fu mai tanto allegro «quanto