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mosso. Chi sia il proprietario, non so; ma il contadino dev’essere una persona degna del più grande encomio. Il suo campo non ha bisogno di confine: si distingue come una persona pulita fra gente sudicia. Un filare di viti, erette sul filo metallico, profondamente pampineo, ingemmato di grappoli perlacei ed amaranto, si dilunga accanto all’altro filare del podere confinante, i cui tralci, come braccia stanche ed inerti, cadono a terra. Su la presa del terreno, scuro, profondamente smosso e senza una stoppia, s’erge il candore de’ buoi aranti, nè manca alcuna leggiadra pianta di ornamento attorno alla casa: la siepe è rasa e folta con alberelli di melagrano; l’aia sgombra, i pagliai densi.


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Sì, io vorrei essere come uno di quei re che si trovano nei racconti, i quali andavano soli, sotto altro sembiante, visitando il loro reame. Essi erano dei veri rappresentanti della Provvidenza, e giungevano sempre in tempo per sorprendere il lupo nell’atto che sta per abbrancare l’agnello; per strappare con mano sicura il sipario della menzogna e mostrare la Verità che gira il suo umile arcolaio, come la Margherita del «Fausto».