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stampata; la letteratura, mi chiamava in mente i fiori secchi nelle scatole dei droghieri; gli scritti di politica, di filosofia mi facevano venire in mente le emulsioni e le più vantate specialità farmaceutiche. Mi pareva di essere stato anch’io sino a quel tempo un droghiere e un farmacista in una botteguccia scura. E intanto la stella di Venere illumina i vertici dei monti, e il mare palpita sotto l’Aurora!

V’erano poi certi libri che mi facevano un effetto diverso da quello che fanno agli altri studiosi. Così, per esempio, dall’«Orlando Furioso» veniva fuori una gran cavalcata; dalla «Gerusalemme» un pianto di belle donne amorose; dall’«Odissea» un profumo di grande mare azzurro su cui si stende il canto di Circe, la maga. Dalla «Divina Commedia» veniva fuori l’alba che vince l’ora mattutina e un gridio di uccelletti su la divina foresta spessa e viva.

Ma il più bello era che questi magici libri non mi dicevano mica: «mettiti lì, a far dei commenti!», ma invece mi dicevano paternamente: «va, cammina, svagati!»

Questi consigli corrispondevano appunto a quelli della mia vecchia bicicletta.

Da mesi e mesi la vecchia bicicletta nel chiuso studiolo mi diceva:

«Ricordi dieci anni fa la gioia dell’alba che