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mando in capo delle truppe, per dar battaglia a Garibaldi nella pianura di Eboli. L’Ulloa aveva alta reputazione militare. Si era battuto a Venezia con Pepe; era stato dieci anni in esilio a Firenze, dove ebbe il comando dell’esercito toscano dal governo provvisorio, dopo la partenza del Granduca. In questo comando non fece buona prova, anzi diè origine a sospetti di varia natura, avvalorati dalla circostanza che, durante l’esilio, era vissuto in intimità con l’elemento più retrivo di Firenze, rivelando per le cose di Napoli opinioni non decisamente nazionali e unitarie, anzi francesi e murattiste. Quando Ricasoli e Farini conclusero la lega militare dell’Italia centrale, gli preferirono nel comando supremo, prima Garibaldi e poi il Fanti. Di ciò irritato stranamente, l’Ulloa si recò a Napoli dov’era suo fratello Pietro, amico del conte d’Aquila e mescolato con lui in quel dubbio conato di cospirazione; nè quindi è inverosimile che facesse offrire la sua spada al Re, come fu detto. Ma l’offerta non poteva essere accolta per la sfiducia, che il nome di lui destava negli ufficiali più vecchi e più zelanti, i quali ricordavano che l’Ulloa, essendo andato con Pepe a Venezia, aveva disubbidito agli ordini di Ferdinando II, e aveva poi servita la rivoluzione in Toscana. Si disse pure che Pianell, nutrendo gelosia per l’Ulloa, non volesse lasciargli l’onore di salvare la dinastia. Di ciò mancano documenti autentici, sebbene la cosa non sia, lo ripeto, inverosimile. Punto verosimile, al contrario, è quanto il Nisco afferma, che, cioè, Girolamo Ulloa appartenesse alla cospirazione promossa dal conte d’Aquila, la quale non fu mai cosa concreta, come il Nisco stesso l’afferma, esagerandone l’importanza, più di quanto non l’abbia ingrandita lo stesso Romano, interessato a gonfiarla, per accrescersi il merito di averla soffocata. Nulla, nulla prova che Girolamo Ulloa partecipasse a quel complotto, anzi è da credere l’opposto, perchè l’Ulloa era in voce di murattista e il barone Ricasoli aveva persino sospettato che egli lavorasse a Firenze nell’interesse del principe Napoleone per la creazione di un Regno di Etruria. Certo, i suoi rapporti col principe Napoleone furono molto intimi.

Ogni giorno si annunziavano nuove fughe di fedeli, e nuove conversioni di quelli che restavano. Si dimettevano anche il conte di Trani e il conte di Trapani: il primo, da colonnello di stato maggiore, e il secondo, da ispettore della guardia reale.