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macolatella non avvenissero scene, che degeneravano in tumulti. All’arrivo di Poerio, di Settembrini, di Pisanelli, di Spaventa, d’Imbriani, di Mariano d'Ayala, di Sandonato, di Conforti, di Mancini e di altri, notissimi, un’onda di popolo correva clamorosamente a festeggiarli; e Ferdinando Mascilli, relegato a Capri, fu al suo arrivo, portato in trionfo addirittura. Il grido di quelle dimostrazioni era sempre: Viva l’Italia e Viva Garibaldi. Un giorno, una dimostrazione guidata dai giovani Alfonso Capitelli e Carmine Senise, rompendo i cordoni della truppa, mosse dallo Spirito Santo per la villa Tommasi, a Capodimonte, dove abitava Villamarina. Il ministro sardo non si lasciò vedere, ma i dimostranti furono lietamente accolti dai segretarii della legazione, e incitati a proseguire. La complicità della legazione sarda al movimento unitario appariva fin troppo palese.

Le provocazioni alla truppa erano continue, essendo essa in sospetto di cospirare contro la libertà. Nelle ore pomeridiane del 15 luglio, i granatieri della guardia reale, provocati, si disse, da una di quelle dimostrazioni, reagirono con violenza, sciabolando parecchia gente al grido di Viva il Re, saccheggiando qualche bottega e destando il terrore nella città. Tra quelli, che patirono violenza, son da ricordare il ministro di Prussia e l’ammiraglio francese Le Barbier du Tinan. I ministri, impauriti dal gran fermento dello spirito pubblico, si dolsero col Re di quanto era avvenuto, credendo anche loro che i granatieri avessero agito per consiglio della setta reazionaria. Don Liborio diceva di aver documenti per provarlo, ma non provò nulla.

Dopo questo incidente, il ministro della guerra Ritucci cedè il posto al generale Giuseppe Salvatore Pianell, o Pianelli, come i borbonici lo chiamavano e seguitarono a chiamarlo per dileggio, sostenendo che il suo vero cognome fosse Pianelli, e che per vanità ne avesse egli soppressa l’ultima lettera. Contemporaneamente usciva dal ministero Federigo del Re, uomo eccellente e colto, ma di nessuna attitudine politica, e gli succedeva Liborio Romano. Un proclama reale dello stesso giorno lodava il contegno dei sudditi, che non si erano abbandonati ad eccessi; ed in esso il Re si augurava, che “la difficile arte del governare ci verrà come spianata e fatta più facile da’ lumi di una stampa saggia e veramente nazionale, e dal concorso di tutti gli uomini di alto senno politico e civile, che sederanno nelle Camere legisla-