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d’Aquila, si affermava che a lui, corto a quattrini, don Luigi promettesse danaro e titolo di duca, qualora fosse riuscito ad indurre il Re a dare lo Statuto. Il conte d’Aquila sperava in tal modo, secondo le voci, di avere nelle cose del Governo quell’ingerenza o influenza, che non ebbe mai. Altri asserivano che, persuaso che la Costituzione avrebbe affrettata la catastrofe del nipote, egli meditasse una sua reggenza. Certo, il liberalismo di fresca data di don Luigi, ritenuto fino allora il capo della camarilla, non si credeva sincero e offriva argomento alle più strane congetture. Egli, da principio, trattò col Brenier, per mezzo del barone Aymé, primo segretario della legazione francese, e poi direttamente. L’Aymé era mezzo napoletano, come dissi, perchè figliuolo di un generale di Murat e di una principessa di Caramanico, e aveva col conte vecchia amicizia. Ad alcuni suoi intimi, ed a persona di riguardo, che a me l’ha riferito, l’Aymé raccontava che il Brenier insistesse presso Francesco II per una sollecita concessione dello Statuto, e per un mutamento radicale nella politica, non perchè tali fossero le istruzioni esplicite, che egli riceveva da Parigi, ma nello interesse personale del conte di Aquila, e di pieno accordo con lui; ciò che conferma naturalmente i sospetti, ai quali ho dianzi accennato.

Ma la verità su tal punto non si saprà mai. Certo il Brenier agiva con una insistenza, da legittimare dei sospetti; certo maggiori ne destava il liberalismo improvviso del conte d’Aquila. Io riferirò un aneddoto, che narrava il barone Aymé, morto a Napoli, dieci anni or sono, e che, se fu un uomo di intelligenza e di cultura appena mediocri, aveva la memoria fresca, ed era signore di nascita e di maniere. Egli dunque narrava, che, stabiliti gli accordi fra il Brenier e il conte d’Aquila, questi, in una sera di giugno, nella casa di una sua amante, al palazzo Torlonia a Mergellina, abbozzò, presente l’Aymé, l’Atto Sovrano, e formò la nota dei possibili ministri. Poi, sempre con l’Aymé, si recò dal Brenier a mostrargli la bozza dell’Atto Sovrano e la lista dei nuovi consiglieri della Corona. Brenier approvò tutto; solo disse opportuno sostituire alle parole: ampia amnistia, queste altre: generale amnistia. Nella medesima notte, lasciato il Brenier, il conte e l’Aymé si recarono dalle persone designate come ministri, che tutti, eccetto De Sauget,