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spose, con aria di scherzo, che lui aveva minato Casella, ed era stato minato alla sua volta. Ajossa diceva corna di Nunziante, attribuendo a lui gli ultimi eccessi della polizia.

Il maresciallo Caracciolo di San Vito era uomo giusto e onesto, ma povero d’ingegno e d’energia. E poichè era sordo, si disse che almeno avrebbe avuto il vantaggio di non porgere ascolto alle delazioni. Il giorno dopo la sua nomina uscirono da Santa Maria Apparente altri quarantadue detenuti politici, e tutta la compagine della vecchia polizia n’ebbe una scossa abbastanza forte. Prima per telegramma, e poi con rapporti speciali del 13 e del 16 giugno, diretti a Carafa, il marchese Antonini rese conto particolareggiato del colloquio avuto a Fontainebleau, riferendo, di tanto in tanto, le parole stesse dell’Imperatore, piene di benevolenza per la persona del Re, ma punto rassicuranti circa le intenzioni sue, riguardo alla proposta di mediazione fattagli dai delegati napoletani. “La Sardegna sola può arrestare la rivoluzione, disse l’Imperatore; piuttosto che a me, è al re di Sardegna che avreste dovuto dirigervi; è, contentando l’idea nazionale, che potreste solo arrestare la corrente; le concessioni interne, separate da quella, per sè stesse, non avrebbero scopo; nessuno le accetterà„. I dispacci di Antonini produssero viva impressione a Napoli; ma, al solito, gli zelanti della Corte e del governo accusavano il De Martino di avere, d’accordo con l’Antonini, caricate le tinte, per forzare la volontà del Re. Le parole di Napoleone: “il faut s’entendre avec Turin„; e queste altre: “è troppo tardi, un mese fa le riforme avrebbero potuto prevenir tutto, ora è troppo tardi; la Francia è in una posizione difficile; le rivoluzioni non si arrestano con parole, ed ora la rivoluzione esiste e trionfa; è a Torino, è a Torino che bisogna agire; date a Cavour un argomento di fatto, un’arma valida, un interesse a sostenervi, e lo farà; una lotta ulteriore in Sicilia è impossibile„; queste frasi, dunque, aggiunte a quelle del secondo rapporto di Antonini: “spero mi si renderà giustizia che non ho mai fatto concepire alcuna speranza„ furono dagli zelanti interpetrate come esagerazioni interessate. Quando il De Martino tornò a Napoli e confermò i particolari del lungo colloquio di Fontainebleau, ebbe, quindi, fredda accoglienza dal Re, dai ministri e dai cortigiani intimi.


In Corte i sospetti e le paure crescevano di giorno in giorno. Per spiegare le premure del Brenier e la sua intimità col conte