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chio barone Pisani. Era il Pisani uomo tenace, di poche parole e di modi risoluti, ed aveva a favor suo i precedenti del 1848. Viveva modestamente, dando lezioni d’italiano nell’istituto femminile della signora Giulia Scalìa e sembrava un solitario. Il principe di Satriano gli aveva offerto di rioccupare il posto di capo di ripartimento nel ministero dell’interno, che copriva quando scoppiò la rivoluzione nel 1848, ma il Pisani con dignitose parole aveva rifiutato.

Compiuta la rivoluzione del 1860, Pisani fu segretario di Stato per gli esteri con Garibaldi; e poi per la pubblica istruzione, col marchese di Montezemolo, primo luogotenente del Re. Dal collegio di Prizzi fu eletto deputato nel 1861, e mori senatore del Regno nel 1881. Suo figlio ebbe parecchi ufficii pubblici; fu, tra l’altro, presidente della deputazione provinciale di Palermo e mori due anni or sono. Nelle diverse riunioni del Comitato non si discorreva che dei modi più opportuni per insorgere. Generali le impazienze e anche le illusionL Chi aveva fede che, scoppiata la rivoluzione, sarebbe sceso a capitanarla Garibaldi, nel quale si aveva una fede immensa; chi sperava in Vittorio Emanuele e nel Piemonte, ritenendo che ne il Re, nò Cavour avrebbero assistito impassibili ad un movimento unitario in Sicilia; chi s’illudeva che Mazzini avrebbe mandato aiuti alla sua volta. Si era impazienti, ma i denari mancavano. S’immaginò un mezzo, che il più semplice e il più audace non era possibile di escogitare. Si decise di prendere dalla Cassa di sconto del Banco di Sicilia seimila ducati con le firme dei signori più facoltosi. Era tanta la fede nel trionfo della rivoluzione, che si beliberò di portare questo primo debito a conto del futuro governo provvisorio. Il barone Riso fu nominato cassiere del Comitato, e una cambiale, per la somma suddetta, e firmata dal padre Lanza e dal barone Lorenzo Camerata Scovazzo, fu scontata al Banco. Questa cambiale si sarebbe estinta pro rata dai sottoscrittori: i compagni firmarono tante cambiali, corrispondenti alla quota di ciascuno. Si cercò di raccogliere altre somme dagli amici più sicuri, ma il danaro si metteva insieme con difficoltà. Il principe di Sant’Elia dette sessanta ducati, e fu l’offerta maggiore. Assicurata alla meglio la parte finanziaria, si cominciò ad acquistare armi e munizioni. Per i fucili, che dovevano essere almeno trecento, furono stabiliti