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Genio borbonico. Pontificò Salzano; parlò il canonico Scherilio e Quattromani ridettò altre iperboliche epigrafi. Si era alla metà di luglio e ancora si celebravano esequie per Ferdinando II, in tutto il Regno, compresa la Sicilia. A Catania, il Decurionato ne fece celebrare uno in duomo, e un altro se ne celebrò nella chiesa collegiata, dove l’elogio fu letto dal canonico Giuseppe Coco-Zanghi. Questo canonico divenne poi notissimo, perchè in un periodico Catanese, La Campana, pubblicò un articolo per dimostrare, che le tre A del nome di Sant’Agata contengono un grande mistero, essendo quelle pronunziate dal profeta Daniele, quando, nella fossa, disse: “A, A, A, Domine, nescio loqui„. E concludeva, che le tre A di Agata avrebbero fatta uscire illesa la vergine dalla fornace, ora mutata in chiesa della Carcarella, in Catania. Di questa stranezza filologica molti risero, ma il Coco, morto, ebbe il suo busto in bronzo nel giardino Bellini, tra gl’illustri catanesi. Su tal busto, don Salvatore Bruno, ex canonico della cattedrale, professore di greco nell’Università e arguto spirito, fece il seguente epigramma:

Tu, sacristanu fausu
Chi ffai chiantatu ccà?
Dimmi: chi tti nci misiru
Forsi pri li tri A?

A Palermo pronunciò l’elogio funebre nella cappella Palatina il padre Cumbo, rettore dell’Università, e in San Domenico, nel solenne funerale, fatto celebrare dal Senato, parlò il padre Romano, gesuita, ma in Sicilia si ebbe più misura.

A Roma, per cura del cardinale Girolamo d’Andrea, fu celebrato un solenne ufficio funebre in Sant’Andrea della Valle, con iscrizioni storiche. V’intervennero il sacro collegio, la prelatura, l’anticamera nobile del pontefice e il personale delle legazioni di Napoli, d’Austria, di Spagna e di Toscana.


Dopo il suo ritorno da Palermo, il generale Carlo Filangieri aveva vissuta a Napoli una vita affatto privata. Frequentò assai poco la Corte, non nascondendo il suo malumore contro Ferdinando II e contro il Cassisi per le cose di Sicilia. Egli era devoto ai Borboni per giuramento di soldato, non per comunanza di vedute, aveva volontà propria e uno spirito affatto moderno. Religioso senza bigottismo e forse volterriano in gioventù, egli rideva delle superstizioni di Ferdinando II, perchè capiva che,