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padella, chiamata nel dialettale barese fresòla, e il cucchiaio furono conservati dal sindaco per memoria e sono posseduti dalla vedova di lui.

Le sofferenze del Re non avevano tregua. Gli assistenti, nel voltarlo sulla branda, per fargli cambiar posizione, bencbè usassero tutte le cautele possibili, non riuscivano a calmare i suoi atroci dolori. Egli si adirava, li rimproverava, li minacciava anche, ma poi, calmatosi, chiedeva loro scusa e quasi perdono. Il dolore acuto al femore impensieriva i medici, che vi facevano applicare grossi empiastri di semi di lino. Ma l’osso non si sentiva più al suo posto, ed era cominciato nella parte esterna corrispondente un arrossimento, per il quale Ramaglia e Leone cominciarono a prevedere la possibilità di una pronta operazione chirurgica; ma nessuno di loro era chirurgo, nè era facile persuadere il Re a farsi toccare dai ferri. Fu chiamato nuovamente il dottor Longo, che sulle prime si ricusò, dubitando che, neanche questa volta, gli avrebbero fatto vedere l’infermo; ma le insistenze dei parenti e degli amici lo indussero ad accettare l’invito. Fu subito introdotto nella camera del Re, che gli porse la mano e lo pregò di procurare di attenuare le sue sofferenze. Il Longo l’osservò minutamente e lo rassicurò che sarebbe guarito, sottoponendosi a una cura rigorosa. Si tenne nuovo consulto fra lui. Ramaglia e Leone, alla presenza del principe ereditario. Il Longo manifestò il parere che la causa efficiente del male fosse un ascesso alla regione femorale, e perciò consigliava l’uso dei risolventi; e questi non riuscendo, disse creder necessaria l’opera del chirurgo. Ramaglia non potè far a meno di convenirne; e pur non dando grande importanza all’ascesso, non disconobbe che si dovesse tenerlo di mira.


Ferdinando II fini col mostrar chiaramente di non aver più fiducia nei medici e nella medicina. Cominciò fin d’allora l’esposizione delle reliquie miracolose nella sua camera da letto, trasformata via via in un piccolo santuario. V’erano esposte immagini sacre, scapolari, pezzi di tuniche di santi, bottiglie di manna di San Niccola e di olio della lampada della Madonna di Capurso. Il Re, nel parossismo del dolore, recitava, a voce alta, speciali preghiere e invocava i santi e la Madonna Immacolata, nella quale aveva una divozione immensa. Era fiducioso di guarire, ma per opera della divinità, non degli uomini.