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Ciò, che l’indivisibile e sfortunato amico di lui Gaetano Trevisani non potè scrivere del maestro venerato, perchè la polizia borbonica non glielo permise nel 1858, ha potuto ora liberamente manifestare il Del Giudice. Questi, della vita pubblica di Carlo Troja, della parte cioè da lui avuta ne’ moti del 1820, del suo esilio per l’Italia, delle vicende nel 1848, ha felicemente ricostruita una più ampia e più equa narrazione; e perciò moltissimo, se non tutto, emerge da quel volume de’ prodigiosi studii del Troja, nonché della patriottica polemica da lui sollevata, e alla quale presero parte i più bei nomi d’Italia di quell’epoca: Manzoni, Mai, Capei, Rezzonico, Capponi, Balbo e Litta.

Carlo Troja fu il primo difatti ad iniziare co’ suoi studii la profonda trasformazione del patriottismo, o romano, o toscano, o piemontese, o lombardo, o napoletano, ch’era stato sino allora, in patriottismo italiano. La mente investigatrice di Silvio Spaventa vide e scolpì, nel suo discorso sul Massari, questa grande base della nostra storia moderna. Il Del Giudice inoltre ha per il primo, ed è vero merito suo, fatto tesoro del ricco epistolario di Carlo Troja, che Vito Fornari assicurò agli studii nella biblioteca nazionale di Napoli. Ma, senza nulla detrarre al lavoro del Del Giudice, risultano da esso troppo evidenti i due veri ostacoli, nei quali egli si è imbattuto: la fretta, cioè nel mettere insieme il libro e l’avanzata età sua, essendo egli più che ottantenne. L’abbondanza de’ materiali inesplorati, le gravi questioni storiche, che il Troja prese a discorrere con quella sua incommensurabile vastità di mente, la polemica che dilagò fra’ più insigni scrittori italiani ed esteri, i nuovi metodi da lui introdotti negli studii danteschi, richiedevano assai più tempo che il Del Giudice non ebbe nel preparare il libro, assai più vigoria di anni, che il valentuomo oggi più non possiede. Però chiunque vorrà occuparsi del Troja, non potrà prescindere certamente da questo bel lavoro. Ed è certo gran vanto del vecchio erudito aver compiuto in due anni, ciò che molti giovani neppur tentano durante una vita intera. Ma rimane sempre il bisogno di un libro organico e completo sul grande storico napoletano. I materiali abbondano. Nell’archivio di Stato a Napoli, per citare qualche esempio, si conservano le lettere e i rapporti che il Troja scrisse da Potenza, nei diciassette giorni che vi fu intendente nel 1821, e altre debbono trovarsi nell’archivio provinciale di quella città. Nello stesso archivio napoletano il Del Giudice non si è ricordato di con-