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Bisognava rassicurare gli animi innanzi tutto, e senza sentimentalismi, come senza eccessi, rimettere l’ordine, mostrandosi inesorabile verso tutti quelli che minacciassero di turbarlo, anzi senza pietà addirittura. La celebre ordinanza, che decretava la pena di morte ai detentori di armi, fu rimproverata ai Filangieri perchè crudele, ma egli riuscì ad ottenere con essa un concludente disarmo, dopo un’amnistia, che comprendeva anche i reati comuni. Facendo escludere dall’amnistia soli quarantatre fra i principali compromessi, e dando a questi l’agio di abbandonare l’Isola, prima che l’esercito regio entrasse in Palermo, anzi lasciando liberamente fuggire tutti quelli che temevano dalla restaurazione, Filangieri aveva evitato il grave errore dei clamorosi processi politici e degli imprigionamenti in massa, come a Napoli Il suo doveva essere invece un governo tutto militare, inteso a garantire in modo assolato l’ordine e la giustizia, e del quale doveva essere maggior puntello la polizia. Durante la lunga dimora in Messina, fino alla ripresa delle ostilità, egli si era circondato di personaggi messinesi, e questi volle nel governo dell’Isola. Ricordo Giovanni Cassisi, consultore di Stato, che gli si mostrava deferentissimo; Michele Celesti, Giuseppe Castrone e Salvatore Maniscalco, giovane capitano di gendarmeria, il quale, nato a bordo di un bastimento in rotta fra Palermo e Messina, era considerato messinese anche lui, benché di famiglia palermitana. Cassisi, il quale sembrava uomo superiore per prudenza e acutezza di mente, fu dal Filangieri proposto al Re, prima come commissario civile, e poi come ministro di Sicilia a Napoli; Celesti fu intendente di Messina, e il capitano Maniscalco, che seguiva il corpo di spedizione col titolo di gran prevosto, fu direttore di polizia, ma conservando il grado militare. Capitano di gendarmeria il 24 novembre 1848, nel 1860 era maggiore dei carabinieri. Figurava sul ruolo militare, ma per memoria, come si diceva allora.

Scelta felice quella del Maniscalco, infelicissima la scelta del Cassisi, che fu davvero la maggiore spina del luogotenente, e l’obbligò a dimettersi. Filangieri non previde che un siciliano, ministro di Sicilia a Napoli presso il Re, e uomo di legge e però formalista, non poteva non riuscire un bastone fra le ruote per il luogotenente, napoletano e soldato. Si aggiunga un’assoluta diversità d’indole tra i due: risoluto il Filangieri a superare ogni difficoltà militarmente, a tagliare, non a sciogliere i nodi;