Pagina:La fine di un regno, parte I, 1909.djvu/193


— 171 —

un presidente e di sette consultori siculi, risedeva a Palermo nel palazzo Villafranca; la seconda, formata da un presidente che era il ministro o il direttore di grazia e giustizia pro tempore, di un vice-presidente e di quindici consultori, risedeva a Napoli, nel palazzo della Solitaria. Avevano uffizio semplicemente consultivo negli affari, che al re piacesse loro sommettere. Si distinguevano in quattro commissioni: per la giustizia e le cose ecclesiastiche, per le finanze e gli affari interni, per le regie prerogative di grazia e per i conflitti di giurisdizione tra l’autorità giudiziaria e l’amministrativa. C’erano de! relatori o, come si direbbe oggi, referendari!, nominati mercè pubblico concorso. Ciascun relatore doveva avere di suo la rendita di duecento ducati, ma bastava una semplice dichiarazione di assegno, fatta dal padre o da chi per esso. Dopo cinque anni di assiduo servizio, si apriva ai relatori l’alta carriera giudiziaria o amministrativa, ma soprattutto amministrativa, perchè il maggior contingente alla carriera giudiziaria era dato dall’alunnato di giurisprudenza, altra istituzione che va ricordata con onore. Presedeva la Consulta napoletana il Pionati, direttore di grazia e giustizia con referenda e firma; e di fatto, il vicepresidente Niccola Maresca, duca di Serracapriola. Avevano maggior fama, tra i consultori, don Francesco Gamboa, dotto e solenne; il barone Cesidio Bonanni, Emilio Capomazza, Tito Berni, Roberto Betti e anche Filippo Carrillo, benchè fosse stato zelante raccoglitore di firme per l’abolizione dello Statuto, come si è detto. A tal proposito si ricordava una scena clamorosa avvenuta tra lui e l’Agresti, quando il Carrillo presentò la petizione agli alunni di giurisprudenza, che prestavano servizio a quella Corte perchè la firmassero, e gli alunni risposero che non avrebbero firmato, senza un ordine del procuratore generale. L’Agresti coraggiosamente li lodò e rimproverò il Carrillo, ma perdette le grazie del re e non fu più invitato a Corte. Neppure i consultori di Stato ed i relatori firmarono quella petizione. Il duca di Serracapriola, che aveva sottoscritto lo Statuto, quale presidente del Consiglio, ne parlò al re e questi gli diè ragione! Monsignor Salzano era succeduto nella Consulta a quel bonario monsignor Giuseppe Maria Mazzetti, il quale, predecessore del Capomazza nella sopraintendenza di pubblica istruzione, aveva riordinati gli studii superiori prima del 1848. Pochi oggi ricordano questo vecchio