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un movimento di sorpresa. Ella lo guardò fisso coi suoi grandi e neri occhioni, che magnetizzavano e che penetravano fino al fondo dei cuori, senza dir sillaba.

— Fathma, ripetè l’arabo, scuotendosi e dando alla sua voce un tono commosso.

L’almea gli si avvicinò, guardandolo come con curiosità.

— Che fai tu qui? diss’ella di poi.

— Mi riconosci bella fanciulla?

— Non dimentico mai chi mi salvò con pericolo della propria vita. Non sei tu quell’arabo che mi raccolse nella pianura dopo aver ucciso il leone che mi assaliva?

— Quello stesso, Fathma.

Fra loro due successe un breve silenzio, durante il quale si guardarono ancor più fissamente.

— Che vuoi da me? chiese alfin l’almea, rompendo quel silenzio che diventava imbarazzante.

— Sai dove ti trovi?

— Nelle foreste del Bahr-el-Abiad. E che vuol dir ciò?

— Sai che vi sono dei ribelli nascosti in questi dintorni?

Fathma sorrise sdegnosamente e mostrandogli un pugnaletto che teneva infisso nella sua ràhad (cintura) dorata:

— Non ho paura, gli disse con fierezza.

— Ti potrebbero rapire.

— E che male ci sarebbe? Rapirebbero una povera almea.

— Ma io piangerei la tua perdita, disse l’arabo con iscoppio appassionato.

— I grandi occhi di Fathma si dilatarono e le sue labbra s’apersero ad un sorriso indefinibile. Ella si avvicinò vieppiù all’arabo, tanto che l’ardente suo alito gli sfiorò il volto. Abd-el-Kerim tese le braccia innanzi come per afferrarla, ma si frenò e senza volerlo fece un passo indietro.

— Ah! diss’ella, quasi ironicamente, ti dorrebbe il non vsdermi più?