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— Ebbene, Elenka è morta. Fu uccisa dai ribelli a Kassegh!

Il greco divenne spaventosamente pallido; un urlo gli lacerò il petto.

— Morta! Morta!... ripetè egli con voce rotta, e quell’uomo dall’animo così fiero, così forte, nascose il volto fra le mani e pianse come un fanciullo.

CAPITOLO IX. — La zeribak dei prigionieri.

Mentre il greco, messo colle spalle al muro e torturato, confessava tutto ciò che i suoi nemici volevano sapere, Medinek, sfuggito miracolosamente alla pistolettata dello scièk Abù-el-Nèmr, trottava come un cavallo per le oscure e fangose vie della città, cercando la capanna dello scièk El-Mactud.

La paura di venir inseguito, preso e forse fucilato, e la paura di giungere troppo tardi dal suo capo gli mettevano le ali ai piedi. Ogni qual tratto però si arrestava colla dritta sull’impugnatura dell’jatagan, e rattenendo il respiro tendeva ansiosamente l’orecchio, parendogli sempre di udire fra gli urli della burrasca che scatenavasi ognor più violentemente, la voce dello scièk Abù-el-Nèmr e i passi di lui, indi ripigliava la sfrenata corsa, tuffandosi fino alle ginocchia nelle pozze d’acqua e sollevando sprazzi fangosi.

Per sua disgrazia faceva tanto oscuro che non gli riusciva di mantenersi sulla retta via. Ora infilava una stradicciuola che non aveva sbocco, ora andava a dare il naso contro una zeribak o contro il recinto d’un giardino e ora batteva vie che non aveva mai percorse.

Non fu che dopo una buona ora di continua corsa che giunse nella gran piazza del Mercato, tutta cinta di capanne e di capannuccie e di piccoli recinti destinati a ricevere i cammelli delle carovane.

Al livido chiaror di un lampo scorse il tugul che cercava, dalle cui fessure trapelavano dei raggi di