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— Vieni, Omar! esclamò ella. Là ci aspettano.

Strinse la mano al reporter e uscì a rapidi passi col negro, inoltrandosi silenziosamente fra la moltitudine di tende. Erano quasi le undici di notte quando oltrepassati gli avamposti, entravano nel palmeto.

— La via? chiese Fathma. La conosci tu?

— A menadito, rispose Omar. Cammina dietro di me e sta bene attenta. Il ribelle assicurò Takir che non correrebbe alcun pericolo ma non bisogna fidarsi.

— Verrà la mia rivale?

— Sicuramente, Fathma.

— Come hai fatto a consegnarle il biglietto di Takir?

— Lo diedi ad un soldato che per un pugno di parà lo portò. Egli mi disse che la greca, nel leggerlo, mandò un grido di gioia immensa.

— Ah! esclamò Fathma coi denti stretti e accarezzando l’impugnatura dell’jatagan. Allunghiamo il passo; sono impaziente di vedere il luogo dove cadrà per sempre la mia odiata rivale!

Al disotto di quella foresta v’era oscurità perfetta; era molto se qualche raggio lunare, azzurrognolo, d’infinita dolcezza, penetrava fra il fitto fogliame delle palme, dei tamarindi e dei colossali baobab, a formare una chiazza biancastra sul suolo erboso o coperto di immani radici che uscivano da terra come serpenti. Mille urla, mille ruggiti, mille scrosci di risa s’udivano a destra e a manca, emessi dagli sciacalli, dei leoni e dalle iene che si disputavano i cadaveri degli Egiziani o dei ribelli rimasti sul terreno nella scaramuccia della notte precedente. Di quando in quando, verso le lontane pianure o verso il campo, echeggiavano scoppi rumorosi di remington o di moschettoni seguiti poco dopo dagli allarmi degli avamposti.

Omar e Fathma, procedendo silenziosi come ombre e colla massima circospezione, in capo a mezz’ora ebbero attraversato il palmeto senza aver incontrato