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La notte, sotto la tenda passò abbastanza tranquilla. Fathma si svegliò due o tre volte in preda al delirio, ma fu cosa da poco. Nell’accampamento invece vi furono parecchi allarmi, molti colpi di fucile ed anche un attacco da parte degli insorti che fu respinto dalla carica di uno squadrone di basci-bozuk e dal fuoco delle mitragliatrici.

Appena il sole spuntò, O’Donovan saltò in piedi.

— Omar, diss’egli. Oggi non tornerò nella tenda avendo da fare una escursione nei dintorni del campo con lo Stato Maggiore. Questa sera, però, prima che il sole tramonti, sarò qui. Veglia sulla malata.

Il negro lo seguì fuori della tenda, poi, quando vide che era un bel tratto lontano, s’affrettò a rientrare chiamando ripetutamente la sua padrona.

La povera almea, alla voce del fedele schiavo, non tardò a svegliarsi. Ella si rizzò a sedere, girando attorno sguardi smarriti. Era pallida, abbattuta, aveva la disperazione scolpita in volto e tremava come avesse una potentissima febbre. Afferrò convulsivamente le mani che le tendeva Omar e le strinse con frenesia.

— Omar!... Omar!... esclamò essa con voce cavernosa.

— Come state mia disgraziata padrona? chiese il negro che frenava a gran pena le lagrime tremolantegli sotto le ciglia.

— Ah! Omar, sono stata alfine colpita proprio al cuore, sono stata alfine curvata dal potente soffio della fatalità! Povere mie speranze infrante, povero Abd-el-Kerim.

Un singhiozzo le montò alla gola e soffocò la sua voce. Gli occhi le si appannarono e l’abbronzato suo volto si rigò di pianto.

— Tutto a me d’intorno è ruinato, ripigliò ella con disperato accento, tutto è finito, tutto è perduto. Oh! l’orribil sogno!... Aver tanto sperato, aver tanto sofferto, tanto lottato e poi non rivederlo... è spaventevole, è mostruoso!... Aveva sperato di rivedere