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— Nessuno. I due dongolesi che l’accompagnavano sono stati uccisi.

— Conosce il tugul che ti additò Tepele?

— Come conosci Tepele?

— Ti ho veduto parlare assieme e ho udito il suo nome. Rispondi, conosce quel tugul?

— Sì, ci siamo recati assieme un’altra volta.

Omar estrasse da una saccoccia un pezzo di carta e una matita.

— Scrivi quanto ti detterò, disse al nubiano.

— Tu vuoi rovinarmi, Omar.

— Se rifiuti ti rovinerò io e per sempre, disse Omar.

Il nubiano comprese la minaccia e scrisse, sotto dettatura di Omar, il seguente biglietto:

«Padrona,

Non posso venire al campo perchè sono prigioniero degli insorti. Domani a mezzanotte recatevi al tugul che già voi conoscete. Tepele vi darà informazioni precise sulla sorte di Abd-el-Kerim.

Takir.

Omar prese la carta, la lesse e la nascose con cura in petto.

— Takir, gli disse, recita una preghiera.

Il nubiano guardò con terrore Omar che teneva alzato l’jatagan.

— Perchè vuoi che reciti una preghiera? gli disse con voce tremante.

— Perchè fra un minuto ti presenterai al Profeta.

— Grazia!... grazia!... M’avevi promesso di non uccidermi!... Grazia, abbi pietà di me, Omar!

— Se io ti lascio in vita tu puoi tradirmi e mandare in fumo tutti i miei progetti. Recita una preghiera, Takir, che ho fretta.

— Allàh, aiutami, non uccidermi, sono giovane..., pietà, Omar, balbettò il nubiano che non aveva più sangue nelle vene.

— Recita una preghiera, urlò ferocemente Omar.

Il nubiano cacciò fuori un ruggito di disperazione