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ucciso. Abbiamo bisogno di ufficiali per organizzare le nostre tribù ed insegnare a esse a combattere contro gli Egiziani.

— Quando potrò sapere se è vivo o morto?

— Vedi tu quel tugul che s’arrampica su quella collina che sta a noi di faccia?

— Lo vedo.

— Domani, a sera, alla mezzanotte, trovati là e saprai ogni cosa.

— E i ribelli?

— Domani mattina abbandoniamo questi dintorni e ci portiamo in coda all’armata Egiziana. Questo luogo sarà deserto. Dammi ora i talleri, se gli hai portati.

Il nubiano gli porse un sacchetto.

— Qui vi sono cento talleri, disse Takir. Domani a sera verrò colla mia padrona al tugul e ne avrai altrettanti.

— Che Allàh ti conservi, Takir.

— Che il Profeta ti guardi.

Il ribelle s’allontanò correndo come un’antilope. Takir, dopo esser rimasto qualche minuto immobile, pensieroso, volse i suoi passi verso il campo mettendosi il fucile in ispalla.

Non aveva percorso ancora dieci metri che un colpo di pistola partiva dalla macchia di acacie. Il nubiano fece un salto gigantesco gettando un ruggito di dolore e cadde a terra con una gamba spezzata da una palla. Prima che potesse risollevarsi o porsi sulla difensiva, Omar gli ruinava addosso coll’jatagan in pugno.

— Guardami in volto, Takir! gli urlò agli orecchi lo schiavo di Abd-el-Kerim.

— Omar! esclamò con profondo terrore il nubiano.

— Sì, proprio Omar, venuto al campo per vendicare l’infelice Fathma!

— Grazia!... balbettò Takir che si sentì agghiacciare il sangue. Grazia, Omar.

Il negro lo guardò con profondo disprezzo.