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— Ma io vi dico che non l’ho mai udito quel nome.

— Gran Dio! Che gli sia toccata una qualche disgrazia!... Che me l’abbiano ucciso!

— Non correte troppo, disse O’Donovan. Capirete bene che siamo in undicimila al campo e che degli ufficiali ve ne sono moltissimi. Forse l’avrò veduto, forse avrò anche parlato assieme, ma non me lo rammento. Avete torto di disperarvi.

— Avete ragione, O’Donovan, balbettò l’almea. Ditemi ora, avete mai visto nella tenda di Hicks pascià...

— Chi?

— Una donna?

— Una donna!... Ah! sì, mi ricordo di averla veduta parecchie volte. Era una...

— Greca! esclamò l’almea coi denti stretti.

— Sì, proprio una greca che si chiamava Elenka.

Fathma fremette e fece uno sforzo violento per frenare l’ira che bolliva nel petto.

— Ditemi, è ancora al campo?

— Quando lasciai la tenda Hicks pascià, tre giorni or sono, essa vi entrava,

— Ah!

O’Donovan si volse verso Fathma e vedendola col volto sconvolto, gli occhi accesi, fece un gesto di sorpresa.

— Ma sapete, diss’egli, che voi mi mettete in curiosità.

— Lo credo, rispose Fathma sforzandosi, ma invano, di sorridere.

Avvicinò il suo cavallo a quello del reporter e disse a bruciapelo:

— Guardatemi bene il volto, O’Donovan.

— Vi guardo e vi trovo sublimemente bella. Chi siete?

— Fui la favorita di Mohammed Ahmed, il Profeta del Sudan.

— Che!...

— Statemi ad udire. Un dì abbandonai il mio