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— Come sai questo? esclamò il reis. Saresti tu lo schiavo di?... possibile!

— Sì, io sono lo schiavo di Abd-el-Kerim. Come facesti a indovinarlo?

— Mi narrarono che tu navigavi verso questo villaggio.

— Eh!... fe’ Omar sorpreso. E chi te lo narrò?

— Elenka, quando io approdai a Gez Hagiba.

— E il greco sa nulla?

Il reis non rispose e si mise a guardare altrove con aria imbarazzata.

— Parla, gli disse Omar, con tono minaccioso. Il silenzio potrebbe esserti funesto.

— Ebbene, sì, Notis lo sa.

— M’ha veduto forse?

— No, ma ti cerca.

— Basta così. Ora so cosa devo fare.

Egli drizzò la prua alla piccola baia in mezzo alla quale galleggiava il suo legno. Arenò il canotto fra le erbe della riva e chiamò Daùd, il quale fu pronto ad attraversare il ponte e a raggiungerlo.

— Dove hai preso quel canotto? chiese il sennarese.

— A quest’uomo che vedi legato, rispose Omar, afferrando Ibrahim e gettandolo fra le erbe nè più nè meno come fosse una balla di mercanzia.

— Un uomo! esclamò Daùd, Oh! ma quello li è il mio amico Ibrahim!

Il vecchio barcaiuolo alzò a quella voce la testa e si guardò intorno.

— Daùd! gridò egli, cercando di alzarsi. Giusto Allàh, il mio Daùd!...

— Che diavolo succede, disse Omar, Vi conoscete!

— Ma sicuro, Omar, rispose vivamente Daùd, Quest’uomo è il mio miglior amico che abbia sul Bahr-el-Abiad. Come tu me lo conduci così legato. Che può mai aver fatto a te, questo povero Ibrahim. Lascia che io lo liberi.

Così dicendo aveva estratto un coltello e s’era messo a tagliare le corde del vecchio che potè ri-