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Elenka si volse due o tre volte verso le ruine di El-Garch, e le sue labbra s’aprirono ad un sorriso sardonico e quasi compassionevole.

— Hai torto, fratello, mormorò ella quando perdette di vista le ruine. Tu t’affidi a me e io approfitterò di questa fiducia. Quando il leone ha fame divora carne ed io li darò da divorare la carne di Fathma!

Un lampo sinistro guizzò nei neri suoi sguardi e la sua fronte s’aggrottò. Le sue manine accarezzarono con feroce compiacenza la brunita canna della carabina, sospesa all’arcione,

La traversata della foresta del Bahr-el-Abiad si compì felicemente in poco più di tre quarti d’ora. I tre mahari sostarono un momento presso le ultime palme deleb poi ripresero la celere loro corsa attraverso le pianure, dirigendosi verso Hossanieh i cui tugul apparivano distintamente, inondati dai cocenti raggi del sole che cominciava a discendere all’occaso.

Trottavano da un’ora ed erano giunti ad un gran macchione di acacie, quando Elenka gettò improvvisamente il chrr! chrr! pronunciandolo così in furia che i mahari s’arrestarono di colpo a rischio di far balzare di sella coloro che li montavano.

— Che succede? chiesero i dongolesi, portando istintivamente le mani alla loro harba.

— Fermi tutti, disse Elenka con un tono di voce che non ammetteva replica.

Fece inginocohiare il suo mahari, saltò a terra e si internò silenziosamente nella macchia fino a raggiungere il lembo estremo. Ella s’arrestò cogli occhi fissi su due unmini che si dirigevano a lenti passi a quella volta.

— Bene, mormorò ella con gioia. Quello là è Hassarn, lo riconosco, e l’altro è Omar, lo schiavo di Abd-el-Kerim. Dove si dirigono essi?

Si cacciò sotto ed un cespuglio aggomitolandosi su sè stessa come una serpe e attese pazientemente