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la capanna dello zio tom


— «Può ben essere; ma egli non fu mai adatto ad alcun mestiere quanto a quello cui lo destino.»

— «Ma riflettete solamente — interruppe in mal tempo uno degli operai — che egli ha inventato questa macchina.»

— «Oh sì, una macchina per risparmiar fatica, non è vero? un negro è capacissimo di inventarla; non è egli stesso una macchina che lavora? ho risoluto che venga meco.»

Giorgio, nell’udir pronunciata questa sentenza da una autorità che ben sapea irresistibile, era rimasto come annientato. Incrociò le braccia, si morse le labbra; ma un vulcano di ardenti affetti gli bolliva in petto e parea gli diffondesse di vena in vena torrenti di fuoco. Respirava a stento; i suoi grandi occhi neri scintillavano; e avrebbe scoppiato in qualche impeto pericoloso, se il fabbricante, toccandogli affettuosamente il braccio, non gli avesse detto a voce bassa:

«Cedete, Giorgio; per il momento andate con lui; vedrem modo di richiamarvi.»

Il tirannello si accorse di questa segreta intelligenza, e ne argomentò l’importanza, sebbene non fosse riuscito ad intendere ciò che aveano detto. Quindi fermò più che mai seco stesso di mantenere i diritti che possedeva sulla sua vittima.

Giorgio fu ricondotto a casa e condannato alle più basse fatiche della campagna. Seppe tuttavia reprimersi; ma la cupa espressione della sua fisonomia, i suoi lineamenti contratti, i suoi sguardi corrucciati rivelarono chiaramente ciò che egli sentivano ben dimostravano che quest’uomo non si sarebbe rassegnato mai a divenire una cosa.

Nel tempo ben fortunato trascorso alla fabbrica, Giorgio ebbe modo di vedere e sposare Elisa. Siccome possedea intera la confidenza del suo padrone, andava e veniva a talento. Questo matrimonio era stato compiutamente approvato dalla signora Shelby, la quale, oltre quel ticchio un po’ femminino di far matrimonii, avea veduto con piacere la prediletta sua schiava impalmata ad un uomo della sua condizione che parevale convenisse per ogni riguardo. La cerimonia nuziale fu celebrata nella gran sala di lei, ed ella stessa intrecciò la corona di fior d’arancio, acconciò il velo sul bel capo della fidanzata; nulla mancò alla festa; nè i vini squisiti, nè i confetti, nè i guanti bianchi di molti invitati, i quali non eran mai sazii di ammirare la bellezza della sposa, e l’indole buona e generosa della padrona. Per uno o due anni, Elisa vedea spesso suo marito, nè fu turbata la sua felicità se non dalla perdita di due bambini che essa passionatamente amava; e pianse con sì profondo cordoglio, che la padrona, dopo aver tentato con sollecitudine tutta materna di temperare colla ragione e colla religione quella natura di fuoco, credette doverlene are affettuoso rimprovero.