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la capanna dello zio tom


stessa. Circondata insino da fanciulla di domestici solleciti di prevenire e compiacerle ogni capriccio, non avea mai avuto per il pensiero, che costoro avessero un sentimento, un diritto alla sua benevolenza. Il padre di lei, a cui ella era unica figlia, non le avea mai negato nulla di quanto è compreso nel cerchio dell’umano potere. Entrò nel mondo pregiata di beltà e di ricchezze, corteggiata, vagheggiata; sì che tenne felicissimo tra tutti gli uomini Sain-Clare, che l’avea ottenuta in isposa.

È al tutto falsa l’opinione di coloro i quali stimano che una donna senza cuore poco si curi di essere amata. Avviene anzi il contrario: quanto l’egoismo la rende meno degna di amore, tanto più la fa esigente e gelosa. E però quando Agostino si rimase di prodigarle tutte quelle delicate testimonianze di affetto che sogliono gli amanti, la trovò simile ad orgogliosa sultana, ferma a rivendicare ogni suo dritto verso il proprio schiavo, e pertinace a conseguire l’intento con le lagrime, con le querele, coi rimproveri. Agostino, naturalmente buono e condiscendente, cercò mitigarla condoni e lusinghe; e quando Maria divenne madre di una bella bambina, sentì svegliarsi in cuore per lo sposo un sentimento che somigliava a tenerezza.

La madre di Saint-Clare era stata donna d’ottimo cuore e di mente elevata. Sperò che ella riviverebbe nella nipote, e questa nominò da lei. La moglie, a cui non isfuggì quell’intenzione, ne ingelosì fortemente. La viva tenerezza di Saint-Clare per la piccola Evangelina le ingenerò diffidenza e sospetto, parendole che le fosse tolto e prodigato ad altri gran parte d’un bene che richiedeva per sè. La sua salute divenne assai cagionevole. L’inazione continua del corpo e dello spirito, il mal umore, lo stato di debolezza che suol conseguitare al parto, trasformarono rapidamente la giovine florida e bella in donna pallida e sfiorita, travagliata di mille malattie imaginarie, e inclinata a tenersi infelicissima. A udirla, i suoi mali erano senza numero: tra questi, l’emicrania la travagliava principalmente, e ne traeva cagione di chiudersi nel suo appartamento tre dì almeno la settimana. Perciò la casa, di cui doveano aver cura i soli schiavi, era disordinata, negletta, disabitata, poco rispondente al desiderio di Saint-Clare. Ma lo addolorava anzi tutto la salute dell’unica figlia, che di complessione estremamente delicata avrebbe avuto bisogno di tutte le cure d’una madre: egli tremava pensando che un dì o l’altro la sua diletta Evangelina potrebbe cader vittima dell’indifferenza. Travagliato da questi timori l’avea recata seco in un viaggio a Vermont, e avea indotto la sua cugina, miss Ofelia, a tornarsene seco negli Stati del Sud e fermarvi il suo soggiorno. Egli era di ritorno dal suo viaggio quando la prima volta lo abbiamo fatto conoscere ai nostri lettori.

Or che le cupole e i campanili della Nuova-Orleans ci sorgono innanzi, è opportuno il dare qualche distinta notizia di miss Ofelia.