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VI. E qui per venire a nostra materia dirò, che non dai Galli (dai quali secondo gli scrittori romani si vollero discesi i primi abitanti dell’Insubria, detta perciò Gallia Cisalpina), ma dagli antichi Etruschi furono originati i primi popoli della Riviera, o meglio da Levi Liguri o dagli Insubri discesi dagli Etruschi, i quali pure appartenevano all’antica schiatta italica. Alcuni di questi scostandosi dalle pianure del Piemonte e della Lombardia, e trasmigrando nei monti dell’Elvezia, in questi luoghi incominciarono a soffermarsi, non parendomi verosimile che quelle tribù nomadi ed avventuriere abbandonassero la facile ed utile dimora nella Riviera per rintracciarne una incerta e disagiata sulla asprezza delle circostanti montagne. E per verità sino ai gioghi del Sempione le alpi furono occupate da gente ligure, e tutto il Piemonte fino all’Ossola era ligustico. Oltre il Sempione altre tribù erano qua e la sparse sulle alpi, i Leponzii, i Camuni, gli Stoni, i quali pure discendevan dai Liguri: ma fra questi, i Subalpini e i Vallesani era frapposta un’altra schiatta Gallo-Insubre, o forse Semigermanica, dalla quale furono colonizzate quelle sommità e quelle innoltrate valli, dove un semigermanico idioma era parlato. T. Livio asserisce, che la valle Pennina, od il Vallese, fu popolata da gente semigermana. Non devesi però negare, che col tratto del tempo un innesto gallico siasi frapposto a queste popolazioni; essendochè il vincitore imponendo colla forza dell’armi una ferrea schiavitù, e mantenendosi nelle stesse stanze coi rapporti del commercio e della vita sociale in continua vicinanza, le avrà per poco coi suoi costumi e collo strano linguaggio infardate. Notò di questa cosa anche Pietro Verri nella sua Storia di Milano, dicendo che i popoli dell’Insubria erano notati per un linguaggio alquanto infranciosato, a dissomiglianza dei popoli dell’Italia centrale. Ma l’elemento prevalente fu quello di una schiatta Etrusca, la quale per mutare di tempi e di luoghi non potendo imbastardire (poiché

    anche dalle Tavole Eugubine, e dall’Editto di Clavernio e Casilo sulle feste decuriali. La direzione della scrittura antica era da diritta a sinistra, la stessa che i nostri popoli presero ad imitare quando l’arte fu loro trasmetta.