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dalle necessità del presente, da lui procacciate, non antivedute giammai. Le milizie si ritirarono nelle caserme, e presidiarono il Palazzo imperiale. Il popolo armato e vittorioso tutelava l’ordine ne’ sobborghi, secondo il vario senno di quei che la ventura e l’ardire avevano fatto suoi capi il di innanzi.

La lutta continuava anche il giorno quattordici. L’arciduca Alberto veniva dimesso dal comando generale e surrogato dal principe di Windischgraetz. Nominavasi il conte Hoyos generale della guardia cittadina, la quale già rassegnavasi a venticinque mila uomini. Verso sera erano pubblicati i decreti sulla convocazione degli Stati e sullo abolimento della censura.

La rivoluzione di Vienna — cui facevano eco le parziali sommosse degli Stati riuniti — era un fatto cotanto strano, che appena pareva credibile. Ognuno stupiva nell’udir come un popolo che l’astuto dispotismo aveva ammollito colle orgie, colle voluttà, colle abitudini feudali, e spaventato co’ tormenti della più raffinata crudeltà, si fosse un giorno rizzato puro e decoroso di virtù cittadine colla minaccia sulle labbra e nel pugno al cospetto de’ suoi politici tentatori. Cosi, Iddio! Gli auspici! che avean presieduto a que’ moti sortivano la origine stessa de’ nostri; la religione del vero immutabile sposata all’amor patrio, rovesciante in un abisso il seggio della dispotica ipocrisia.

I grandi avvenimenti occorsi in Italia e fuori — che come tremuoto scuotevan la terra — non potevano rimanere celati agli abitanti nella Lombardia e nella Venezia, che anzi, per mille mezzi, le novelle penetravano al di là della custodita frontiera. Erasi saputo il trionfo di Palermo, poi quello di Napoli. Spargevasi in seguito la voce delle Costituzioni date a’ Piemontesi, a’ Toscani, a’ Romani e della proclamazione della Repubblica in Francia. Giungeva quindi in Milano un dispaccio telegrafico dalla capitale austriaca che il governo portava a pubblica notizia in tai termini:

«Sua Maestà I. R. l’imperatore ha determinato di abolire la censura e di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di convocare gli Stati de’ Regni Tedeschi e Slavi e le congregazioni centrali del Regno Lombardo-Veneto. L’adunanza avrà luogo al più tardi il 3 del prossimo venturo mese di luglio.

«Milano, 48 marzo 1848.

«Il Vice-Presidente,
«O’ Donnell.»


U popolo milanese, agitato da continova febbre, non resse al nuncio delle imperiali promesse che a lui parvero un insulto, uno scherno. Il sentimento della propria dignità lo cacciò fuor delle case, delle officine; in un attimo fu redatto un indirizzo al municipio, in cui per esso chiedevasi al potere l’abolizione della polizia, concentrandola nel corpo municipale-, la libertà del pensiero; la guardia civica; l’abrogazione della legge stataria e lo instantaneo sprigionamento de’ detenuti politici; la reggenza provvisoria; la formazione di una rappresentanza nazionale; la neutralità delle truppe austriache, cui si sarebbe guarentita la sussistenza. Cotesti patti venivano energicamente rifiutati da chi reggeva il paese per l’Austria e davasi ordine a un centinaio di birri, guidati da un vecchio