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una lama di spada — l’atto dell’abdicazione del re. Tutti risposero; «Viva la repubblica», e riunendosi in uno sforzo estremo, penetravano nel Palazzo-Reale, ne disarmavano i difensori, e, gittando dalle finestre i ricchi mobili, i quadri, le masserizie, gli davano al basso preda alle fiamme.

In quel mentre, la duchessa d’Orleans, col conte di Parigi e il duca di Nemours, esciva dalle Tuilerie e a piedi avviavasi verso la Camera dei deputati. La folla le fece ala e la inchinò nel breve tragitto. A tutti eran noti i sensi della di lei bontà e rettitudine. Gente estranea entrò nella sala con essa. Il Dupin, salito alla tribuna, annunziò il nuovo re, e invitò i suoi colleghi a proclamare la reggente in nome del popolo. Il Cremieux protestò contro un siffatto proponimento; disse il popolo aver vinto; ei dunque si consultasse sulla forma del suo governo; ed intanto se ne stabilisse uno provvisorio. A lui rispose Odilon-Barrot in favore della reggenza, ciò che punto soddisfaceva il Marie, il quale si pronunciò in favore di un governo provvisorio, finché non si udisse lo avviso della interpellata nazione. La duchessa che aveva il figliuolo tra le braccia, chiese parlare alla sua volta; ma non potè farlo; chè le pubbliche tribune e la sala furono d’un tratto innondate da gente furiosa, disordinata, briaca dell’ottenuto trionfo, urlante ed in armi. Il Lamartine corse alla tribuna; a lui succedettero il Dupont, de l’Eure; il Ledru-Rollin, alcuni popolani; ma, lo schiamazzo che regnava era sì grande che nessuno potè più farsi udire. La duchessa col figlio e il duca di Nemours, si ritrassero illesi ed a stento da quella confusione. Il Lamartine, il Cremieux, il Dupont e il Ledru-Rollin andarono nel Palazzo di città, portati dalla folla come in trionfo e acclamati, al loro passaggio, dalle grida di «Viva la repubblica! ».

Le truppe, cedendo al movimento divenuto universale, affratellavansi co’ cittadini. Il re, sprofondato dal dolore, abbandonato da’ suoi cortegiani, esciva colla moglie, colle principesse e co’ nepoti dalle Tuilerie e trovava ricetto in Inghilterra. I Borboni di Francia contano tre grandi cadute; ma, se le due prime furono compiante, l’ultima passò inavvertita. Imperciocché, Luigi-Filippo, divenuto re, gli antichi amici punto curando, si mostrò ingrato con essi; e, udendo malvagi consigli—che pur erano i suoi—tentò sempre di spegnere colla corruzione odia media classe, col nerbo dello esercito nella infima, qualsifosse desiderio di sodali novità, attuate altrove, od attuabili nel regno. La sua scelta era stata una esperienza per la nazione; per molti avvocati e banchieri una speranza al salire nelle ambizioni e nella fortuna; un’arra di dominio per molte famiglie patrizie, le quali ogni supremo bene ripongono negli usi e ne’ diletti di corte. In un giorno tutto queste svariate fedi sparirono come lampo. E mentre gli sposseduti per la fuga del re e per la cecità sua, trepidavano sulle sorti avvenire, alcuni che il favor popolare aveva spinto al potere, congegnavano le basi di un governo più largo, quello di tutti e per tutti. I combattenti dei tre giorni, frementi di entusiasmo, acclamarono il grande principio e lo imposero alla Francia scompigliata ed attonita. Ma, lo erario era vôto; il credito abbattuto; molte fortune infrante; sgagliardito il commercio; arrestate le industrie, e per siffatti mali