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corollarii; tutti, senza eccezione, erano chiamati alla cognizione della verità, a tutti libero quindi di togliersi al giogo bramitico.

Egli poi, Budda, era stato dal Cielo mandato a segnarne la via.

«La vita è un sogno, dicea Budda. Quanto più l’uomo lavora colla propria distruzione alla propria santificazione, e tanto più scioglie il legame che tiene avvinto il mondo alla colpa.» — Notisi il desolante ed antifilosofico concetto che il mondo sia fatalmente portato alla colpa, quasi l’umano arbitrio, donde l’umana responsabilità, non esistesse. — Senza questo concetto dominante sarebbe stato impossibile chiamare l’uomo all’isolamento ed alla propria distruzione. Solo l’universale corruzione dei tempi, la ferocia dei costumi, il degradamento cui era scesa l’umana progenie, poteva ispirare una simile filosofia. «Il matrimonio, dicea Budda, si tollera come un male ch’è forza permettere; ma non dovrebbero esservi carnali relazioni, dovendo il mondo al più presto finire. Tutto è inganno quaggiù; e se pur qualche cosa v’ha che non sia mendace, quest’è ciò appunto di ritenere tutto inganno, di liberarsi e staccarsi da tutto».

Budda si volse anzi tutto a quella parte del popolo indiano, che la legislazione Bramitica lasciata aveva in completa miseria, persuadendola a disertare la dottrina ed i costumi di quella per abbracciare la sua, in cui solo era la via di salute. La condizione di quel popolo era sì misera sotto i Bramini, che una dottrina sì sconfortante fu riguardata siccome dottrina di libertà. I seguaci di Budda non temevano la morte, da loro riguardata siccome liberatrice dei mali. Esso li educava alla pazienza, alla mitezza, all’assoluta abnegazione, a riguardar siccome ingiusta ogni di-