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l'ombra del passato 333


I bambini mattinieri guazzavano già nel fango assieme con le anitre basse e lente e con le tacchine gobbe.

Sison il cordaio parlava a voce alta col fabbro, al quale aveva affittato il portone: il mantice nero e giallastro soffiava già, il metallo infocato scintillava sotto il martello dell’uomo alto e rosso che pareva anch’egli fatto di ferro e di fuoco: la vita intorno si risvegliava, e c’era nell’aria, nei gridi dei bimbi, nella voce dei vecchi una vibrazione di gioia. Tutti dovevano provare la stessa impressione di freschezza e di giovinezza.

Adone scese nell’aja, a piedi nudi, e uscì anche nella strada: gli alberi parevano pieni di perle; un’oca bianca, in lontananza, sembrava un cigno. Com’è bella la vita! E noi, stupidi, ci vergogniamo di guardarla in viso, come l’adolescente che ha paura di una donna affascinante.

Adone ebbe voglia di saltare il fosso: ma fu proprio in quel momento che il portone del vicino si aprì e ne uscì un uomo scarno e giallognolo, dagli occhi infossati che parevano lontani, smarriti entro due buche profonde. Adone guardò e arrossì. Gli parve di vedere il zolfanellajo resuscitato; senonchè l’ometto era cresciuto, nell’altro mondo,