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l’edera 91

riceveva luce da un finestrino praticato sul tetto di canne, serviva anche da sala da pranzo: v’era una caratteristica table d’hôte con un canestro ricolmo di quel durissimo pane sardo detto carta di musica, e una pezza di formaggio marcio, da un buco della quale scappavano saltellando molti piccoli vermi bianchi che sembravano assai allegri e birichini. Sulle pareti tinte di rosso non mancavano calendari e immagini sacre. Una fotografia ingrandita riproduceva, esagerandola, la figura di un carabiniere grasso e pacifico, che sembrava un prete travestito da brigadiere.

— Zana, ojos de istella1, — disse don Peu, mentre la vedova, seria e compassata, versava da bere, — questo nobile qui, vedi, questo cavaliere è vedovo e cerca conforto. Anche tu, mi dissero, cerchi conforto. Non potreste confortarvi a vicenda?

— Don Peu matto, — rispose la vedova con sussiego — se non fosse per rispetto all’ospite le risponderei male.

— Lascialo dire, vedovella, — pregò Paulu.

La vedova, tuttavia, guardò il vedovo: egli la guardava già. Che volete? Entrambi avevano bellissimi occhi, e gli occhi belli son fatti per guardarsi, anche se hanno già versato molte lagrime sulla tomba di persone care.

Zana si trattenne ancora un po’ coi suoi avventori, poi tornò nella botteguccia, dove un bambino domandava unu sisinu de lughinzos2.

  1. Occhi di stella.
  2. Un soldo di lucignoli.