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Egli incrociò le braccia, nervosamente, come per comprimerne i possibili scatti violenti: tremava tutto, e si avvicinava a lei, e se ne allontanava come spinto e risospinto da sentimenti opposti, da ira e da passione, da pietà e da orrore. Ella non lo aveva mai veduto così, neppure nei momenti più disperati, quando egli diceva di volersi uccidere; e lo guardava, anche lei vinta suo malgrado da un sentimento di pietà e di umiliazione.

— Tu verrai con me, — egli disse, seguendola fin sotto l’elce, dietro il cui tronco ella s’era riparata, — tu verrai con me, senza dubbio: se non oggi domani, verrai con me. Parti pure sola, ora, se vuoi, ma bada bene a quanto ora ti dico: ti proibisco di fare la serva. Non sono un vile io, capisci, non sono un vile. Sono Paulu Decherchi, e so il mio dovere! Io non ti abbandono. Hai capito?

— Ho capito. Tu non sei un vile e non mi abbandoni. Sono io che devo fare il mio dovere. E lo farò.

— Lascia le parole inutili, Anna! Lasciamo le parole inutili, anzi: nè io ti abbandono, nè tu devi tormentarmi oltre. Sono stanco, ora, hai capito, sono stanco! Sono stanco delle pazzie di prete Virdis, e delle idee che egli ti ha messo in mente. Sono stanco di tutto: è tempo di finirla!

— Sì, è tempo di finirla, Paulu. Non gridare non alzare la voce. Prete Virdis non ha a che vederci, nei nostri affari. Anche gli altri, i tuoi, si inquietano inutilmente: lasciatemi in pace e ritornate in pace. Non andare contro la volontà di nessuno e neppure contro la tua stessa volontà!