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— Dove andrai, Annesa? Non tornerai più dai tuoi padroni?

— Chi sa? Ora ho sonno: lasciatemi dormire.

— E Gantine? Non l’hai riveduto? Egli gira per il paese, cercandoti; sembra un pazzo.

— Povero Gantine. È tanto giovane!

La vecchia insistè, ma l’altra chiuse gli occhi e ricadde, silenziosa e febbricitante, nei suoi sogni dolorosi. E rimase altri tre giorni nascosta in quella cameretta melanconica, che riceveva luce da un finestrino praticato sul tetto. Di là udiva la voce di Gantine, il quale veniva spesso per domandare notizie di lei.

— Figlio mio, — diceva zia Paula, — Annesa deve essere scappata lontano, molto lontano. Ed ha fatto bene. Io me ne sarei andata in capo al mondo: sarei scappata come un gatto che ha toccato il fuoco.

— Ma perchè? ma perchè? — domandava Gantine con voce lamentosa.

— Perchè? Perchè così! Và, mettiti il cuore in pace. Annesa forse non tornerà mai più in questo paese.

— Ah, quel vecchio! Se fosse ancora vivo lo ammazzerei io! Anche dopo morto ci tormenta!

— È vero! è vero! — singhiozzò Annesa, nella penombra della triste cameretta.

— Ella non mi vuol bene, — riprese Gantine. Da molto tempo non mi vuol più bene. Me ne sono accorto io, sì! Altrimenti non avrebbe fatto così, zia Paula, non avrebbe fatto così! Capisco che