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solamente internarsi nell’indole delle lingue che apprendeva, ma ben anche facea tesoro del più piccoli idiotismi. Quell’Italiano le insegnò a cantare la poesia italiana a guisa degli improvvisatori. Era difficil cosa ascoltare, senza commuoversi, quella fanciulla di undici anni, assisa in mezzo del giardino cantare, con quella sua voce argentina, le stanze della Gerusalemme, mentre scorgevasi chiaramente che una natural simpatia le avea fatto indovinare il genio di quel sublime cantore. Parea quasi che tutta l’anima sua si trasfondesse in quei suoni, e si immedesimasse in una poesia accessibile a quella sua straordinaria sensibilità, e ciò quantunque in grado per anco ella non fosse, di spiegare quelle sensazioni che risentiva. Quell’anima, colla rapidità del suo sviluppo, oltrepassava l’età: di già viveva quando gli altri si preparano alla vita, e indovinava le cose prima di meditarle e studiarle.

Avea compiti i dodici anni allorchè il signor Abramof, vecchio venerando e cappellano del Corpo delle Miniere, offrì alla madre di Elisabetta, cui lunga amicizia lo stringea, un ricovero in sua casa. Questa circostanza è rimarchevole nella vita di Elisabetta, poichè per questa le fu aperta la casa del signor Meder, comandante del Corpo delle Miniere, uomo che riuniva una rara istruzione ad un desiderio vivissimo di giovare altrui. Quivi ritrovò delle amiche nel cui seno potè versare tutti que’ sentimenti che nel suo cuore tanto abbondavano. Quivi si vide attorniata da persone illustri per ogni maniera di scienza. E finalmente quivi trovò tutti i mezzi di perfezionarsi nello studio delle scienze naturali, della musica, del disegno e nella danza, delle quali cose tutte fu debitrice al signor Meder. Nondimeno proseguì sempre costantemente ad occuparsi, ammaestrata dal signor Grossheinrich, di ciò che più le stava a cuore, vale a dire, delle diverse lingue e delle loro letterature, e lo studio che preferì sempre si fu l’istoria: e qui ne giova osservare, che a fronte di questa sua predilezione, nulla di quanto si comprende nello scibile umano le fu estraneo. Da quel momento in poi, o per dir meglio, dacchè scoprì nella propria attività una sorgente di forza e di diletto, fu impossibil