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Dal mare dipinge più efficacemente i tumulti che le immensità:

E quanto più sollevi le procelle
Ad insultar gli scogli;
Tanto maggior la tua tristezza pare,
E fra loro accenandoti le stelle,
Ti chiameranno l’astro dei cordogli.
Ma va’ per l’universo a dar l’allarme
Col tuo tetro fragore
Come in tempesta stormo di campana.
E sia quel verbo ansante di dolore
L’eco fedel d’ogni sciagura umana.

Cantando l’aria, accenna ad intuirne fantasticamente, e ne rende qualchevolta magicamente, le fluttuazioni frementi di vita e piene di mistero:

Spiriti esulta il regno tuo, vanenti
Divinità camminan le tue sfere;
Son limpide città d’ombre viventi
Queste sul capo mio tacite sere?
Non forse ospiti in seno
L’anime che migran dai petti umani
Ferme sull’ali a scongiurar l’oblio
Dai consueti mani,
Sospese in te fra il camposanto e Dio?
E quando sui sopiti
Sfiorano i sogni ed erran le visioni,
È forse allor che quei poveri estinti
Tentan parlare ai vivi...

E così dopo i quattro elementi il Checcucci ci canta i tre regni della natura, poi l’Uomo, il Sole, l’Atomo, l’Etere, la Materia, la Forza, e Dio; e quasi tutti i canti hanno un corruscare multicolore di gemme e si svolgono in fili d’oro. Ma, purtroppo,