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evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all’arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d’idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d’incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:

                         E non trovando il Bello
                         Ci abbranchiamo all’Orrendo

io credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov’è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell’anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore.

Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.

Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch’egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s’indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d’arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.

Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d’una signora: