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Fiori d’arancio

Io detesto la poesia d’occasione. Dalle canzoni e dai sonetti, scaturiti nei secoli scorsi per amore dei cardinali morti e degli arciduchi vivi, agli inni e alle liriche d’oggi per le esposizioni e per le nozze, l’ho trovata sempre abbominevole. La rettorica ed il convenzionalismo vi si trincerano come in un ultimo rifugio dove possono ancora tiranneggiare nell’accolta di tutto ciò che di più goffo, di più falso, di più antipatico e di più disarmonico ha il vocabolario italiano.

Muore una persona cara, ed ecco una poesia vestita teatralmente da funerali che viene a chiamarcene orbati e a dire in nostra presenza alle Parche un sacco di villanie: c’è una giovinezza che si consacra all’austerità, ed ecco che me la insudiciano d’unto novello e me la assordano a furia dei rimbombi e degli echi del Sion: due felici fanno di due vite una vita fra le benedizioni del cielo e della terra, ed ecco inseguirli spietatamente nel loro volo un’orda di lirismo dove c’è per lo meno mezza dozzina di tempi del verbo impalmare, tre o quattro paia di fausti nodi, qualche ara e una donzella che, poverina, in tutto questo rimenìo fa davvero pietà.

Un orrore, ripeto, una calamità che ero ben risoluta d’odiare senza restrizioni per il bene d’Italia